CONTROMATTINALE 08/2019

Ci sono dei fenomeni generali e confluenti che perfino un distratto, svaporato come me, non può non notare e mettere assieme. Come si diceva un tempo? Tutto si salda. Mentre la Francia è funestata dai manifestanti, detti gilet gialli, da noi ci sono problemi seri di ordine pubblico negli stadi. In Italia di camice, quelle nere, siamo piuttosto esperti e a chi dice che sono reperti del passato remoto, ricordo l’aggressione di poche ore fa contro due cronisti dell’Espresso che facevano il loro lavoro. Non so dire se gli aggressori indossassero camice nere ma moralmente le avevano, stante il tema della manifestazione-commemorazione.
Molti anni fa i camionisti cileni dettero una mano pesante nella caduta e morte di Salvator Allende e chissà se gli scioperanti francesi del sabato se lo ricordano. Anche loro hanno l’obiettivo di mettere in crisi Macron e la cosa sta costando morti e tantissimi feriti, in crescita settimana dopo settimana, sabato dopo sabato, scontri dopo scontri.

Due nostri ministri in carica, due leader politici di peso, Salvini e Di Maio, solidarizzano con la piazza francese e mentre il Ministro degli Interni si limita alle parole, il grillino addirittura offre la famigerata Piattaforma Rousseau ai camerati francesi. Più moderato Salvini del socio al governo? Non direi proprio perché, nel frattempo, a seguito dei gravi incidenti negli stadi, dalla serie A, fino ai campetti dei dilettanti, dai morti, magari appena fuori dallo stadio, ai genitori che fomentano il peggio dei loro pargoli ancora in età da scuola dell’obbligo, è tutto un fiorire di schifezze. Dal Ministro degli Interni ti aspetteresti linea dura, specie se è uno cui piace sfoggiare giacche della Polizia o dei Vigili del fuoco. Invece viviamo l’inedito di un Ministro degli interni che appoggia apertamente i facinorosi francesi e che, invece, decide blande misure contro gli ultrà del calcio.

Ancora più inedito il confronto fra quel Ministro e la Federazione Calcio che non si è mai distinta per serietà ma che oggi vorrebbe pugno molto più duro contro i teppisti degli stadi. Gli striscioni grondanti odio vanno bene. Le trasferte, sempre più simili a spedizioni punitive, anche. Gli insulti razzisti solo piccoli eccessi comprensibili. Tutto purché il Campionato vada avanti. Ecco perché un Ministro degli Interni che sappia il suo mestiere dovrebbe agire su ciò che fa male alle squadre, sul portafogli. Chiudere gli stadi, per un po’, farebbe molto male ma il Ministro facinoroso vuole altro. Lo stesso Salvini che si è recato in amicizia in Israele di recente, finge che gli striscioni con cui il vocabolo “ebreo” viene usato sistematicamente come insulto verso gli avversari, sia solo goliardia. Ci dicono che le manovre dei due maneggioni sono determinate dalle prossime elezioni europee e che, in particolare, l’ex steward del S.Paolo, oggi ex presidente della Camera, tema per il Movimento e per il suo ruolo all’interno dello stesso. Da ex Ministro a ex e basta?

Una parola di speranza ci arriva, però, dai Vigili del Fuoco. Stufi non meno di me di vedere Salvini con le casacche della Polizia e, appunto, dei pompieri come si diceva un tempo, un loro sindacato lo ha denunciato per uso abusivo di uniforme.Bravi loro ma mi sarebbe piaciuto di più se la denuncia fosse partita dalla Polizia che, per missione, dovrebbe avere a cuore il rispetto della Legge, mentre i Vigili del fuoco sono attenti all’incolumità dei cittadini. E se li mandassimo, più massicciamente, negli stadi?

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CONTROMATTINALE 07/19

Disporre, come accade a noi da un po’ di mesi, di un triumvirato, può essere molto comodo. Tre personaggi di prestigio a capo del nostro governo potrebbero essere la soluzione a tutti i nostri problemi. Pazienza se il triumvirato ci rimanda indietro, non nei secoli ma nei millenni,a prima di Cristo. Se funzionasse sarebbe davvero una bella cosa, coi tre eminenti personaggi che si occupano ognuno delle cose in cui è particolarmente bravo ed esperto.
Non è così, naturalmente. Prendete la faccenda della nave che nessuno vuole far approdare. Nelle ultime ore pare che dai tre ci vengano altrettante posizioni, diverse fra loro. Così, almeno, non ci annoiamo.

Se il Ministro degli Interni, con la sua giacchetta da poliziotto addosso, ribadisce la sua posizione intransigente, nessuno sbarco da noi, l’altro vice presidente parla di donne a bambini da salvare, mentre il Presidente del consiglio ci dice che non si possono dividere le famiglie e quindi si accolgano i nuclei familiari.

Senza entrare nel merito dei singoli atteggiamenti, a favore o contro, verrebbe voglia di dire che l’immagine di un Governo da avanspettacolo si conferma sempre più spesso, a prescindere, come diceva il principe de Curtis. Uso questa formula non a caso poiché i comici involontari che ci gestiscono oggi, fanno diventare nobile un bravo comico, partito dall’avanspettacolo, appunto a prescindere.
C’è chi, analizzando questa discordanza di amorosi sensi, immagina crisi a breve ma si dimenticano o sottovalutano vari fattori contro. Dalle prossime elezioni europee al fatto che per molti neo deputati è importante maturare i loro diritti, alla cosa più grave, ovvero alla difficile situazione dell’opposizione.

Approfittando, forse, della disattenzione legata alle feste appena concluse, credo fra Natale e Capodanno, l’ennesima epurazione in casa pentastellare. Immancabile il ribaltamento che vede l’eroe di turno trasformato in mediocre e squallido individuo. Non conosco i suoi compagni di squalifica ma almeno l’eroe del naufragio dell’Elba, il comandante De Falco,contrapposto al pavido e imbelle Schettino, lo conoscono un po’ tutti. La sua candidatura ha portato voti al Movimento e lui stesso in Parlamento. Non so dire se lui abbia ragione e il Movimento torto, o anche viceversa, è irrilevante. Mi sembra invece che ormai da troppo tempo, da Pizzarotti in giù, in pochi anni il partito ormai arrivato, ha battuto tutti i record di epurazioni, al proprio interno. Minimo comun denominatore di tutti i casi è la deplorevole tendenza degli eletti a voler ragionare con la loro testa, nel prendere sul serio il loro ruolo pubblico. Non a caso i vertici del Movimento contestano, da sempre, la norma sul mancato vincolo di mandato. Uno vale uno, purché la pensi e voti come dice il vertice.

Qualcuno della stampa ha fatto una verifica e pare che gli espulsi, dal primo che risale a sei o sette anni fa, sarebbero una settantina, molti di questi buttati via con la comoda scusa del mancato versamento del contributo obbligatorio. Una collaudata tecnica questa, per non entrare nel merito di temi più seri e per verminare l’ex compagno, ora avversario e addirittura nemico.

Come sempre,i casi sono due: o nel Partito-non-partito c’è una inquietante incapacità di selezionare a monte i suo uomini e donne, oppure il metodo stalinista è presente oggi, in quelle fila. La democrazia di base passa attraverso il vaglio della Casaleggio & Associati e dunque, non è democrazia ma oligarchia anti democratica, quasi dittatura.

CONTROMATTINALE 06/18

Alcuni sindaci si sono distinti, in queste ultime ore, per aver dichiarato, urbi et orbi, che non intendono obbedire alla legge. Non ci tornerò su ma voglio parlarvi di una sindaca che oggi, ma non da oggi, è nell’occhio del ciclone. A dirla tutta, lo è stata fin dal primo giorno del suo insediamento, se non, addirittura fin dalla sua clamorosa candidatura. Un bel faccino, la cui unica esperienza pratica era quella come segretaria in uno studio legale. Non in uno studio qualunque però, ma in quello dove Previti esercitava la professione forense, fino a quando glie lo si permise.

Messa da parte l’idea molesta che si trattasse di una candidatura per interposta persona, messe da parte le brutte figure pregresse e perfino la recente assoluzione penale, adesso si trova a fronteggiare la gestione della città capitale. Io penso che chi si candidi alla guida di un Comune, si tratti di un paese da ottocento abitanti o della principale città italiana, chi si candida ribadisco, dovrebbe essere portatore di un progetto e che questo lo porti avanti fino in fondo. Un amministratore deve avere un progetto gestionale, più che politico mentre la sensazione, da subito, è stata quella di una presenza grillina quasi simbolica, con le due sindache che sono oggi a Roma e a Torino.

Come tutte le città italiane quelle due hanno i loro specifici problemi e dunque ci si aspetterebbe che questi siano in cima all’azione amministrativa della sindaca. Per restare nella capitale, fra i vari problemi ereditati, oltre al traffico e al trasporto pubblico, c’era inevitabilmente quello dei rifiuti urbani, vulgo, monnezza.

Come spesso vi dico, non ho ricette e infatti non solo non mi candido qui a Venezia ma nemmeno lo farei per il comune da ottocento abitanti. So bene che Virginia Raggi ereditava temi e problemi d’epoca ma,appunto, avrà avuto un programma per sanare situazioni fallimentari, come quella dell’ATAC? Scomodo ereditare un passato difficile ma è anche vero che la decisione di candidarsi fu una libera scelta, non frutto di richiesta popolare e, come si diceva un tempo, hai voluto la bici, adesso pedala.

La bici, senza pedali ma con i raggi della Raggi, ha incontrato parecchi ostacoli ma oggi il peggiore, forse, è quello che citavo prima, la monnezza. Roma non è certo l’unica città italiana sporca e invasa da rifiuti che le discariche non riescono ad assorbire. Perfino noi che abitiamo altrove, siamo spesso coinvolti dai media su questioni di Malagrotta o su personaggi che monopolizzano la gestione di dette discariche, in prossimità di Roma. Io stesso vedo, ogni volta mi accade di essere a Roma, strade e intere zone residenziali invase da rifiuti che i cassonetti non sono più in grado di contenere. Temo proprio che le recenti festività che la Befana si appresta a portare via, abbiano acutizzato il fenomeno ma genitori e nonni romani non ci stanno. Non potendo fare le barricate, usando sacchetti pieni di monnezza, allo scopo di evitare ai loro piccini di dover accedere a nidi e scuole valicando montagne di rifiuti, si rifiutano di mandarli a scuola alla prossima riapertura e fanno lo sciopero, tenendo a casa i pargoli. Come dare loro torto?

CONTROMATTINALE 05/19

La rassegna stampa oggi ci dà conto di due articoli contrapposi, quello di Ricolfi sul Mattino e Messaggero e quello di Ezio Mauro, ovviamente su La Repubblica. Se ho capito bene, il direttore di questa ultima testata, affrontando il problema della discussa e discutibile legge sull’immigrazione, tende a distinguere leggi etiche rispetto ad altre leggi. Forse sono un ingenuo o forse Mauro ed io veniamo da scuole giuridiche diverse, ma io credo che tutte le leggi dovrebbero essere etiche, oltre che funzionali e funzionanti.

Ho già espresso fin da ieri la mia posizione in merito ma questa viene più autorevolmente di me,dalla provincia, quella toscana che da sempre è a sinistra, come il personaggio in questione. Premesso che a lui le legge non piace e che la considera, come molti, di dubbia costituzionalità, intende applicarla in attesa di verifiche opportune.Penso proprio che questo oscuro sindaco non sia affetto dal protagonismo di De Magistris e Orlando che ci dicono l’opposto, appellandosi alla disobbedienza civile.

Se io fossi fazioso, volendo appoggiare due sindaci di sinistra, dovrei essere solidale con loro ma non è così. La verità non si pieghi alle ideologie. E’ sciocco e anche stucchevole sentir dire che ai tempi del Fascismo era eticamente doveroso andare contro certe leggi liberticide. Sciocco, fazioso e irragionevole perché mette assieme situazioni inconfrontabili. Le leggi del nostro Stato, attualmente e finora democratico, si possono discutere ma trovano applicazione dopo un iter parlamentare, più o meno aperto ma comunque libero. Possono non piacere ma si applicano. I dubbi di costituzionalità possono essere risolti dall’organo competente, nei tempi lunghi e nei modi che la nostra Costituzione prevede.

C’è chi, a favore della legge in questione, ricorda come Mattarella l’abbia firmata ma questo non significa di fatto che il Presidente sia convinto della correttezza della legge, mentre dimostra al più che non ci sono plateali difetti, formali e sostanziali. Vedremo, ma già oggi ci sono commenti non solo sulla forma quanto sulle conseguenze del Decreto.

Un’ascoltatrice di Prima pagina ci raccontava, poco fa,di aver perso la preziosa collaborazione della badante della madre anziana, una collaboratrice extra comunitaria con permesso di soggiorno limitato. Mentre si sperava di poterla stabilizzare è arrivata la mazzata della nuova legge che azzera questa possibilità, finora invece a portata di mano. Salvini ci dice, coi suoi toni da bravo ragazzo guidato da sano buon senso, che chi lavora ed è onesto va salvaguardato e noi gli crediamo. Poi ci portano la concretezza dei casi specifici e ci perdiamo. La signora che faceva la badante non era una sana ed onesta lavoratrice? Non svolgeva una funzione sociale cha le nostre donne italiane non possono o non vogliono soddisfare? Eppure, ci dicono, non basta essere brave e richieste, addirittura nominativamente, si deve rientrare nelle famigerate quote e la signora, evidentemente, era in eccedenza anche se richiesta.

Qualcuno,di buon senso autentico e non teorico, suggeriva per questi casi, una soluzione salomonica. Demandare al datore di lavoro la piena responsabilità della collaboratrice o collaboratore domestico. Un sistema che potrebbe, di fatto, creare un legame anche più forte fra le parti. Ci raccontano di badanti in lacrime e affrante al funerale del badato morto. Casi limite, forse, ma indicativi di situazioni davvero speciali.

CONTROMATTINALE 04/19

Non so se fosse una promessa o una minaccia la mia di ieri. La onorerò, comunque, parlandovi di Bergoglio, Papa di Santa Romana Ecclesia. E’un signore di origini italiane che è arrivato, un po’ come un marziano, in Vaticano, uno che ha appena sei anni più di me e dunque siamo più o meno della stessa generazione. Mi rivolgerò direttamente a lui, all’ex parroco dei poveri, come segue: Caro don Jorge, apprezzo molto il tuo impegno sociale e la tua istintiva capacità di fare notizia, in un’epoca in cui i colpi di teatro sono più importanti della sostanza delle cose. Tu, come molti, perfino Salvini, lo hai capito bene e lo usi al meglio, ad esempio quando in volo, col logo Alitalia che si legge benissimo alle spalle, fai le tue quattro chiacchiere coi giornalisti al seguito.

Recentemente hai destato un qualche scandalo quando hai affermato di apprezzare di più gli atei che sono coerenti e che vivono rettamente, piuttosto che quei cattolici che formalmente sono rispettosi ma che nella loro pratica sono,ad esempio, contro gli ultimi della terra. Non si può celebrare il Natale con il presepe e poi invocare i respingimenti in mare, come vuole il ministro degli Interni. Bravo don Jorge, così ci piaci, così come apprezziamo la tua battaglia contro la pedofilia, coperta e quasi propiziata dalla Chiesa.

Poi però, noi laici e per giunta non cristiani, ci domandiamo cosa, davvero, tu faccia concretamente, in coerenza col tuo insegnamento.Credo che i seguaci di Lefebvre siano ancora parte della parrocchia ma se sbaglio, smentiscimi. Mi risulta poi che, ancora oggi, i preti sodomiti vengono protetti, nei confronti della legge penale e che vengono spostati da una parrocchia ad un’altra, magari solo più povera e periferica, o da un convento ad un altro. Questa esportazione di pedofili poi si ferma ai primi livelli della gerarchia perché i porporati che si macchiano di pedofilia o di coprire i loro sottoposti, li lasci dove sono e nessuno li tocca.
Anzi, sono gli stessi che al prossimo Conclave, lunga vita a te don Jorge, voteranno per il tuo successore e puoi giurarci che il loro voto sarà influenzato sia dalle loro tendenze sessuali che dal risentimento pregresso verso di te.

Un altro tema, sicuramente più scottante, è quello dei profughi che arrivano sulle nostre coste. Bene fai, è il tuo ruolo e chi te lo vuole toccare? a tuonare a favore dei poveracci che vengono salvati in mare, presso le nostre coste. Bene fanno le parrocchie a darsi da fare, così come Sant’Egidio, più altri santi e madonne. C’è però una cosa che devi spiegarmi, caro Bergoglio. Tu che sei capo della Chiesa ma anche capo dello Stato Vaticano, tu che questo privilegio giuridico che è quasi una finzione, non metti in discussione, perché da capo di Stato non fai la tua parte? Chessò, accogliendo in quello staterello i tuoi profughi? Fornendo loro dei lasciapassare per Paesi, cattolici come il nostro? Che ne dici dell’Irlanda?Oppure e anche mettendoli a lavorare nei giardini vaticani? O anche a lavorare nelle mense della Caritas, ma con passaporto vaticano?

Come diceva qualcuno, molto volgare ma efficace, è troppo facile prenderlo nel posto altrui, diciamo così per rispetto verso la tua tonaca bianca e che tale resti sempre. Tanto, voi cattolici, di allusioni ed eufemismi siete maestri imbattibili.

CONTROMATTINALE 03/19

Una bella lettera aperta che Renzi ha scritto in risposta a quella “di un amico” ha poi creato reazioni contrastanti. La dico bella perché ne ho apprezzato la forma, colta e perfino ricercata ma non fine a se stessa, piuttosto al servizio dei pensieri adeguati ed elevati che voleva veicolare. Le reazioni stizzite di un paio di ascoltatrici che, come me, ne hanno seguito la lettura integrale in radio, mi dice, conferma quello che so già da tempo. Non importa quello che vediamo ma quello che vogliamo vedere e, dunque, chi è ostile a Renzi prova fastidio se comunica aspetti,anche molto personali e ci intrattiene sul suo operato precedente.

Un testo colto che difficilmente potrebbe vedere speculari aperture da parte dei dioscuri al governo, anche se uno viene dalla presidenza della Camera mentre l’altro, ormai politico di lungo corso e perfino ex giornalista radiofonico, sa fare solo discorsi papali papali. Lo so già, mi direte che è solo una scelta stilistica da parte di una mente fina e astuta ma Salvini, fa il bravo per una volta, scrivi un testo che non sia rivolto solo a coloro che hanno superato la scuola dell’obbligo e mostra cosa sai fare, purché sia farina del tuo sacco, come ci diceva la maestra settanta anni fa.

Non ditemi che sono di parte e reazionario. Orami l’ho detto più volte, ho votato negli anni non in maniera univoca, passando dalla sinistra moderata al centro, fino al Partito radicale per poi tornare alla sinistra moderna rappresentata oggi dal PD. Non ho mai votato a destra ma questo non mi impediva di ammirare e apprezzare la prosa forbita di personaggi come Malagodi, Fanfani e perfino Almirante. Già allora, grazie alle storiche Tribune politiche, era possibile effettuare confronti, chessò, fra un Michelini e un Lauro. Pur esecrandoli entrambi e pur essendo appena un ragazzino, ne notavo le differenze, non solo formali ma anche lo spessore culturale, molto diverso fra loro due.

Oggi tutto questo non conta più, è disprezzato come retaggio d’epoca e le mie considerazioni valgono come quelle di un soppravvissuto della Grande Guerra. Il vecchio zio cui dire sempre sì perché, poveretto, ha fatto il suo tempo ed è inutile contrariarlo.

Sarà forse per questa mia attitudine che mi ha colpito un pezzo sul Corsera del critico musicale Luzzatto Fegiz, figlio del mio maestro e iniziatore nelle ricerche di mercato, presidente della Doxa, triestino come quasi tutti gli statistici di quella generazione. Luzzatto Fegiz junior, oggi immagino ottantenne, ci aggiorna su un nuovo gruppo musicale che si chiama “Va via de’ ciapp”. La locuzione meneghina andrebbe tradotta con un vaffanculo ma, ci dice il critico musicale, una testata giornalistica è riuscita a recensire brano e gruppo, senza mai nominarli. Un pezzo di bravura stilistica ammirevole, immagino non avendolo letto, ma anche la bandiera dell’ipocrisia. Mi domando come se la sarà cavata, recensendo il concerto di Capodanno dalla Fenice. Il direttore era quel vunciun di Myung- whun Chiung che lascio a voi meneghini l’impegno di dirlo correttamente, senza incappare in quello che già sapete.

Ipocrisia per ipocrisia, ricordatemi domani di intrattenervi su Bergoglio, gli atei e i rifugiati dal mare.

CONTROMATTINALE 02/19

Il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno è stato seguito ci dicono, da più di dieci milioni di ascolti, cui credo vadano sommati quelli che lo hanno recuperato e ascoltato on line. Fosse stato l’ascolto di una serata dal festival sanremese, penso sarebbe un successone ma era il discorso del Capo dello Stato a tutti noi. Abituati, come eravamo, a discorsi papali papali, come ce li proponeva Napolitano e anche prima Ciampi, il discorso del Presidente ha deluso parecchi di noi. I commenti ufficiali erano positivi ieri ma poi la carta stampata ha fatto emergere qualche dubbio.

Confrontare Napolitano, che per ragioni del tutto eccezionali ha dovuto pronunciare più di sette discorsi di Capodanno, col Presidente oggi in carica può essere ingeneroso. Due profili, personali e politici molto distanti. Uno che la politica la frequenta da sempre e l’altro, quasi trascinatovi riluttante. Uno laico fino al midollo e l’altro cattolico orgoglioso di questa sua matrice culturale. Ovvio che le valutazioni di ognuno siano diverse ma se uno come me che, tutto sommato è mediamente culturizzato, ha capito poco e che quel poco lo lascia insoddisfatto, ci sarà da riflettere.

Un lessico fintamente diretto che allude ma non dice e temi del tutto ignorati, come la tragedia di Genova è forse frutto dell’imbarazzo di un capo di stato costretto a firmare, senza riflessioni critiche, un Decreto che immagino sia stato per lui più che seccante e quindi l’esigenza di essere critico, ma non troppo.

Da sempre ci dicono che il nostro oro nero è la cultura, col patrimonio artistico più ragguardevole al mondo. Forse per questo lo difendiamo e curiamo poco. Per molto tempo era possibile acquistare in Sicilia pezzi di valore archeologico trafugati da tombaroli o subacquei. Ricordo molto bene quel contenitore di granaglie recuperato dal naufragio di epoca romana che troneggiava all’ingresso della casa di un mio cognato o la teca che faceva mostra di sé in casa di un mio capo francese, a Parigi ed erano reperti di età etrusca.

Abbiamo provato a coinvolgere, come sovraintendenti, personalità della cultura europea, con alterne vicende. Agli Uffizi sembra ci sia parecchio da criticare e allora il sovraintendente tedesco ha tirato fuori dal cappello il suo colpo di teatro. Ha esposto in una sala un portafiori. Non un pezzo qualunque ma un quadro che fu trafugato dai tedeschi in ritirata alla fine della guerra mondiale.Ovviamente non il quadro, indisponibile, ma una sua riproduzione in bianco e nero, per drammatizzare. Purtroppo è solo un pezzo e non dei più importanti che sono in giro per il mondo ma il direttore degli Uffizi punta a questo contenzioso per ottenere una sua riconferma che gli deve apparire piuttosto in pericolo.

Se il portafiori non è un’opera irrinunciabile, in giro per il mondo ne abbiamo parecchie nostre che fanno bella mostra all’estero. Specie agli Americani piace appropriarsi di opere d’arte italiane e ne esibiscono molte, tutte rubate e poi rivendute a musei poco scrupolosi, se non anche peggio. Uno per tutti il Getty Museum a Los Angeles.

Qualcuno ha proposto un’azione che mi sembra intelligente. Smettere di mandare in prestito per le mostre temporanee, quelle davvero interessanti per le pinacoteche, bloccando loro una fonte di business essenziale. Se non ci restituite il mal tolto non vi forniamo più il carburane necessario per la vostra attività. Fate pure senza di noi. Un’idea interessante che chissà se avrà sviluppi ma che, se attuata, potrebbe essere molto significativa ed efficace, come certi embarghi petroliferi.

CONTROMATTINALE 01/2019

Ecco, scrivendo il titolo del pezzo di oggi, mi trovo obbligato a prendere consapevole responsabilità. Oggi è il primo giorno di un anno nuovo e dunque il contatore riparte da zero o, meglio, da uno. Scommetto che qualcuno dei pochi miei lettori si aspetti da me, oggi, consuntivo e soprattutto,preventivo. A costo di deluderli, non lo farò. Vi proporrò, anzi, considerazioni molto personali che forse vi annoieranno e, quindi, vi metto in guardia. Potrebbe essere opportuno fermarvi già qui e, se non lo fate, non venite poi a lamentarvi con me, io vi ho avvertiti.

Non amo e non capisco i millenarismi e capisco altrettanto poco questa spartizione che è determinata dal computo degli anni. Un tempo, ero giovane e pieno di aspettative, sia il mio compleanno personale che quello civile, mi creavano eccitazione e perfino novità. Il trascorrere degli anni ha poi smussato, fino ad azzerare queste emozioni. Ricordo, infatti, ancora con tenerezza il primo smoking, quello di mio padre adattato alla mia taglia e la prima festa di capo d’anno importante, in una casa molto chic di Napoli. A distanza di quasi sessanta anni ne ricordo quasi tutti i passaggi, dalla sensazione di euforia, non alcolica, a momenti di disagio, fino alla conclusione piuttosto deludente.

Negli anni poi, alla frequente delusione mondana, era subentrato il piacere di passare quella serata in compagnia di un paio di coppie di amici. Poi questi si sono persi come si è persa quella prima moglie che, allora, determinava il da farsi per il trentuno dicembre, a volte a Milano ma più spesso a Napoli. Oggi sono felicemente indifferente alla ricorrenza e con Genni mi limito a bere un bicchiere di quello buono, dopo che ognuno di noi due ha fatto le solite cose di ogni sera. Ieri poi, per un banale equivoco, ho aperto due bottiglie e chissà, sul piano simbolico, cosa significhi.

Dovete sapere che mio padre era incanutito molto precocemente, coi primi capelli bianchi già a diciotto anni e poi già molto brizzolato, nelle foto del matrimonio con mia madre. I miei capelli bianchi sono arrivati per fortuna più tardi ma sono ormai incanutito da parecchio tempo, circa venti anni o forse più. Da bambino mi affliggevo per la mia totale assenza di sopracciglia che sono poi comparse piuttosto tardi e perfino folte. Nelle ultime ore, proprio a ridosso del cambio di calendario, ho dovuto constatare un piccolo segnale del correre del tempo.

Ci sono giorni in cui, guardandomi allo specchio, al mattino per la barba, mi riconosco e mi compiaccio, altri ormai più incalzanti, in cui mi riconosco e mi faccio schifo. Nel solito riconoscermi, in queste ultime ore, ho notato che le sopracciglia stanno incanutendo, anche loro. Mi direte, che t’importa? Ovviamente poco o nulla se non fosse che i simboli contano ancora, poche balle. Accettare il naturale trascorrere del tempo, specie se è armonico e non troppo devastante, va bene, molto bene. Prepara ad una vecchiaia non rassegnata ma consapevole e, forse, compiaciuta. Lo era quella di mio padre che mollò la presa a circa cento anni e quella di mia madre che lo fece, più riluttante, a centocinque. Lo è tuttora quella di Mario, di cui ho scritto la biografia in attesa di pubblicazione, che ha almeno venti anni più di me e che si preoccupa per me se non lo chiamo in Skye, nel suo maxi appartamento nel grattacielo di Atlanta. Un bel personaggio, un bel riferimento, per me.

No, adesso non protestate con me e non chiedete rimborsi alla cassa.Vi avevo messi in guardia e non è colpa mia se poi avete letto fino in fondo.

CONTROMATTINALE 266/18

Oggi, dunque, è l’ultimo pezzo dell’anno in corso. Fra poche ore stureremo la bottiglia che è già in freddo, sul davanzale di cucina e inaugureremo il nuovo anno. Al di la delle speranze di maniera, da troppo tempo, ormai, ho smesso di sperare in qualcosa di meglio e di positivo da aspettarci a breve, anche se poi gli auspici, formali più che sostanziali, sono in quella direzione.
Distratto come sono, altri dicono svanito e non so se sia indulgenza affettuosa o palese malignità, non posso ignorare un dato personale. Se sottraggo duecentosessantasei, i miei pezzi dell’anno, a trecentosessantacinque, ne devo desumere che circa un terzo del mio tempo l’ho trascorso altrove, non a Venezia dove scrivo i miei pensieri oziosi. Un dato interessante per me che, invece, mi sento alquanto stanziale.

L’anno che si apre ci porta, da subito, alcune novità e non penso tanto o soltanto alla Legge Finanziaria appena passata, grazie al ricorso alla Fiducia, quanto alla fattura elettronica, a Matera e al suo anno magico come anche a Venezia, la “mia” Venezia. Pochi minuti fa, a Prima Pagina, una giovane materana che si diceva parte della macchina organizzativa di accoglienza, manifestava preoccupazione per le prime battute di cui è testimone. Le feste in corso hanno riversato sulla città le prime folle di visitatori che vorrebbero evitarsi le punte eccessive, in corso di stagione, ed è già il caos.

Le nostre città d’arte (e cultura), come Roma, Firenze, Napoli e Venezia, per citarne solo le più note, da un lato godono del boom turistico mentre poi rischiano il collasso, la morte per asfissia. Conosco abbastanza bene Roma e Venezia, meno Firenze che si pone, per popolazione, fra le due altre. Queste due città che pure sono molto diverse fra loro, per morfologia, ampiezza e composizione dei visitatori, hanno in comune l’assalto dei turisti, emblematicamente rappresentati dai troppi pullman che sostano, in giro per la città. L’ultima volta, recente, che ero nell’Urbe e sono passato in zona Vaticano, sono rimasto quasi traumatizzato dal numero di bus turistici fermi, in attesa di recuperare i probabili pellegrini, e non si era di domenica.

Se Roma deve coesistere con i problemi di una capitale che è anche città d’arte ma anche, e soprattutto, contenitore del Vaticano, Venezia che è piccola deve gestire l’assalto quotidiano, almeno per due terzi dell’anno, di turisti di varie tipologie, come anche i pendolari che vengono qui per lavoro, per soddisfare le richieste e i bisogni dei visitatori e, in subordine, dei residenti. Rifornire una città unica come la nostra non è facile, dovendo usare solo vie d’acqua, coi barconi da carico e poi i carrelli a mano per raggiungere i negozi e gli esercizi pubblici che non sono posti direttamente sull’acqua ma, magari, in una calle stretta e invasa da turisti, distratti e trasognati per la bellezza e l’unicità del sito.

Dopo un tentativo di mettere degli accessi diversificati, fra residenti e turisti, il cui esito mi è ignoto ma credo fallimentare, l’ultima trovata per il prossimo anno è un pedaggio, una tassa per il turista di passo. Sono molto curioso di apprendere le modalità di riscossione della nuova tassa e se dovrò andare in giro con un certificato di residenza, per passeggiare liberamente e per tornare a pranzo a casa. La mia unica certezza è che lo strumento, ammesso funzioni, servirà a fare cassa e non limiterà, in alcun modo, il turismo mordi e fuggi.

CONTROMATTINALE 265/18

L’anno in corso sta vedendo le sue ultime battute e, fra l’altro, molti media anticipano i temi che, verosimilmente, il Presidente Mattarella affronterà nel suo discorso rituale di fine anno. Fra gli altri, è previsto un monito verso i nostri attuali rappresentanti dell’Esecutivo. Non so infatti quanto gli piacerà firmare una legge che contiene almeno una norma discussa e, secondo alcuni, da cancellare. Ci ricordano però che se i grillini si sono accorti di aver toppato, forse i camerati di Salvini non avevano affatto sbagliato nel raddoppiare le tasse a danno del Terzo settore.

Vedremo gli sviluppi a breve e se vogliamo trovare una notizia positiva, possiamo attingere dal premio che il Presidente ha istituito da poco e che, entro pochi giorni, vedrà premiate trentatre persone che si sono distinte per senso civico. Dico persone e non cittadini, perché credo ci siano anche alcuni stranieri, come quello che ha difeso una donna aggredita in strada, a serio rischio della sua vita. Specularmente, si premierà un’italiana che ha fatto lo stesso in soccorso di uno straniero e poi c’è quella straniera che ha avuto il coraggio di denunciare uno del clan dei Casamonica, a Ostia. Sarà una che crede ancora nella giustizia e nella legalità e speriamo che, premio a parte, non debba ricredersi come molti, troppi cittadini italiani. Trentatre è un bel numero ma non vorrei che fosse come quel dieci che appare in un titolo di Agata Christie, Dieci piccoli indiani che nel plot giallo, scompaiono tutti, proprio tutti.

Tempo di consuntivi e poi di auspici per il futuro, come ogni anno. A me sembra ieri che si passò di secolo e millennio ma sono già trascorsi quasi due decenni. Un periodo lungo o breve, secondo valutazioni soggettive ma l’Euro che più o meno coincide con quei tempi è ormai maggiorenne e forse, proprio per questo, c’è chi vorrebbe accopparlo. In effetti, l’onda populista che ha invaso e inquinato il nostro mondo non fa ben sperare per il futuro, quello prossimo come remoto. La mia generazione è cresciuta con la speranza, che era quasi certezza, di un progresso economico costante che, se non individuale, avrebbe coinvolto la nostra collettività, nel suo insieme. Mezzo secolo dopo, non solo le aspettative individuali sono mortificate ma anche di più quelle collettive.

Se oggi i nostri giovani più brillanti e intraprendenti trovano spazio fuori dai confini geografici dei loro Paesi, i nostri Paesi sono, più o meno, tutti in crisi. Non penso tanto allo sviluppo economico quanto al montare di un populismo
becero che si riverbera in scelte populiste davvero inquietanti. Ad esempio, senza scomodare esempi clamorosi di scontri, non fisici ma ideologici, fra Stati sovrani ma restando solo in casa nostra, la scelta di tre Regioni del Nord, Lombardia, Veneto ed Emilia, di chiedere più autonomia, si tradurrà in minore solidarietà nazionale. Posso capire che il contribuente di Modena sia stufo di pagare le inefficienze di Gela o le ruberie di Napoli, si fa per dire, ma siamo proprio sicuri che questo non creerà disgregazione sociale?

Vorrei, per una volta, essere ottimista ma non mi riesce.