CONTROMATTINALE 145/19

Andrea Camilleri, dunque. Confesso di averne fuori dagli occhi e mi riferisco non tanto agli inevitabili coccodrilli e rievocazioni della stampa, quanto alla presenza ridondante dello scrittore, per tutta la giornata di ieri, in televisione. Ho seguito i programmi pomeridiani e serali di Rai tre ed è stato un vero e proprio bombardamento di interviste, citazioni e sopratutto un siparietto ripreso dalla sua ultima apparizione a Taormina, credo e riproposto all’infinito. Un autentico commiato auto celebrativo che mamma Rai non poteva lasciarsi sfuggire. Non basta perché, dalla rassegna stampa, apprendo come Travaglio si fosse tenuto nel cassetto un’intervista, lunga ed articolata, utile oggi come  vivace coccodrillo.

Diviso fra l’ignorare l’evento e affrontarlo, come vedete ci sono dentro fino in fondo. Ho “conosciuto” Camilleri grazie ad una persona con cui ho da sempre intrattenuto rapporti difficili. Pur essendo piena di difetti mi ha però introdotto, una vita fa, ad autori latino americani che senza il suo stimolo avrei ignorato per sempre. Credo di aver letto per primo un suo romanzo ottocentesco, forse La concessione del telefono, seguito poi dal Ladro di merendine e lì conobbi Montalbano. Non credo fosse già popolare come diventò successivamente, grazie ai tanti titoli e anche alle numerose trasposizioni televisive, sempre più stanche nel tempo.

Camilleri in Rai giocava in casa. Era stato per molti anni un funzionario poi dirigente, in quota PCI, come alcuni miei amici di quegli anni sessanta, in cui la nostra televisione di stato si stava strutturando, in regime di monopolio e dopo i primi anni pionieristici. Se il mio amico d’infanzia, Enrico Z. fu programmista presso la sede di Napoli, solo negli anni ottanta conobbi ed acquisii notizie da parte del padre di mia moglie, funzionario Rai a Corso Sempione, sede storica milanese. Contemporaneamente e già anche prima, per ragioni professionali, frequentavo la Rai di Roma, per sponsorizzazioni che gestivo per i miei clienti. Ve ne parlo perché so bene come in quegli anni tutto fosse legato alla militanza, o almeno all’appartenenza politica  cui Camilleri non era estraneo, da sempre e per sempre, del partito comunista.

Il passaggio dall’attività televisiva a quella letteraria è avvenuto tardi, ultra sessantenne si preparava ad un pensionamento che non dovette piacergli e si riciclò autore di successo. La dico così perché lui per primo ci disse come Montalbano gli fosse divenuto antipatico già dopo i primi tre o quattro titoli ma, pur tuttavia, ne ha poi scritti tanti  altri. Anche Camilleri teneva famiglia? Penso di sì, dato che lui stesso ci diceva di amare i momenti  quando i nipotini facevano casino attorno a lui, sul tavolo di scrittura.

Oggi molte signore piangono lo scrittore pur confessando candidamente di non aver letto nulla di lui e di conoscerlo tramite gli sceneggiati e Zingaretti. Non era autore della statura di Gadda, a mio modestissimo e ignorante giudizio, ma se a Camilleri dobbiamo qualcosa è proprio un linguaggio classico e nuovo, quasi siculo ma non troppo, che lui ha inventato e che, letterariamente, ha qualche valore. Le storie, i personaggi del mondo montelusiano, ovvero di Porto Empedocle, vanno benissimo ma sono frutto di alto mestiere. Altro sono le spericolate e godibilissime creazioni semantiche, poi rovinate e banalizzate da un Catarella televisivo, reso macchietta televisiva più del lecito e decente, cui lui  però non si opponeva. Senza la televisione, dove giocava in casa, Camilleri sarebbe meno noto, osannato e rimpianto. Lui lo sapeva al punto da aver scritto qualcosa da pubblicare postumo, forse la morte del commissario. Ditemi se questo non è mestiere, abile ed intelligente, ma mestiere.

CONTROMATTINALE 144/19

L’affollarsi di eventi e di rivelazioni riesce a spiazzarmi ogni giorno di più. La scoperta di un missile aria-aria, stivato nel suo contenitore in un garage, affollato di molte cose ne è parte. Da anni accade che si trovino dei veri e propri arsenali, fatti di pistole e di armi sofisticate, di fucili automatici ma anche di mazze ferrate  e tirapugni, di coltelli enormi,  di spray paralizzanti e così via. Quasi sempre assieme, si trovano bandiere neo naziste o neo fasciste e anche libri classici, dal Mein kampf ai testi di Julius Evola. Insomma, nulla di nuovo, in fondo ma la grande novità è il missile. Un ordigno che potrebbe costare non meno di un appartamento nel centro di città come Milano e Roma, che per le sue caratteristiche operative presuppone un aereo, per portarlo in quota e aerei nemici su cui spararlo. Altro che il tanko leghista di piazza san Marco. Il Ministro dell’ìInterno in carica ci dice che quella santa Barbara era la base per un attentato contro di lui ma la cosa è stata subito smentita dagli inquirenti, gli stessi alti funzionari di Polizia che svolgono le indagini.

Immaginare che una forza di estrema destra pensi di uccidere un leader che sta creando la basi per la penetrazione proprio di quella forza politica eversiva è un bel salto logico ma tutto va bene per tentare di far passare sotto silenzio la brutta faccenda di Mosca. In aiuto all’ex  alleato e futuro sodale recuperato, arriva il Disarcionato che, dall’alto della sua specchiata e rinomata sincerità, ci dice che Putin gli ha garantito che nulla di losco è avvenuto a Mosca e noi tutti, grazie a ciò, siamo molto più tranquilli, quasi rasserenati. Infatti sappiamo tutto sulle cene eleganti di Arcore e sulle educande illibate che andavano dal papi, solo per scopi nobili e mondani. Non a caso il Cavaliere è ancora oggi un ex Cavaliere, caso piuttosto insolito per le nostre istituzioni, pronte a difendersi reciprocamente, se non a coprirsi di fronte a gravi episodi.

Fra questi, il caso Cucchi, dopo dieci anni, vedrà alla sbarra non solo dei carabinieri ma, addirittura, un loro generale, uno che ieri ci mostravano in alta uniforme da corazziere, indossata evidentemente in maniera indegna. L’accusa nei suoi confronti è quella di essere stato complice o artefice nella copertura dei sui uomini che erano in odore di omicidio preterintenzionale, in servizio. In dieci anni ll volto caparbio di Ilaria Cucchi si è fatto sempre più grave e maturo  ma oggi ha la soddisfazione di vedere, finalmente, alla sbarra i carnefici del fratello, colpevole di tossicodipendenza e tossico continuarono a chiamarlo un po’ tutti, dai sanitari alle guardie carcerarie quando andava curato ma non lo fecero e poi anche dopo la sua morte.

Rese pubbliche, le dichiarazioni di Paolo Borsellino degli anni ottanta sono agghiaccianti perché danno corpo a quanto si sospettava da tempo, all’indifferenza colposa se non dolosa di chi avrebbe dovuto difendere l’integrità fisica e morale di quegli uomini e donne, servitori dello Stato lasciati come morti che camminano. Tema delicato che mi tengo per domani, in caso.

CONTROMATTINALE 143/19

Gli addetti ai lavori parlano di “finestra elettorale” che si sarebbe appena chiusa nei confronti di possibili elezioni anticipate, in autunno. Si vota, ovviamente a seguito di una crisi di governo, dopo che si sia constatata l’impossibilità di crearne uno, nuovo o rinnovato. Non credo proprio che a qualcuno, in questa fase, possa piacere una crisi i cui sbocchi sono del tutto ignoti  e imprevedibili. Non passa giorno però, senza che gli alleati di governo non si punzecchino o, peggio, minaccino di tutto. La pazienza che Salvini dice essere limitata e vicina al punto di rottura, fa pensare alla classica crisi di nervi che precede lo scatto d’ira che, tradotto in politichese, sta per crisi di governo.

Il guaio è che mentre  fino a poche ore fa Salvini doveva sentirsi sicuro di sé, oggi traballa e lo si nota dalle sue reazioni, formalmente olimpiche ma sostanzialmente scomposte. Gli ingombranti personaggi che finge, addirittura, di ignorare chi siano, sono saldamente al suo fianco e mentre Savoini si rifiuta di rispondere al giudice, avvalendosi di tale facoltà, al fianco del Ministro degli interni ieri sedeva un altro, precedente  indagato.  Sarebbe stato grave se la riunione al Viminale fosse stata sull’ordine pubblico o su materia di competenza del Ministero ma lo è anche di più se consideriamo che era una riunione sindacale che scavalcava il ministro competente. Sgarbo istituzionale, premeditato e fine a se stesso, o ansia di protagonismo per accreditarsi come paladino dei lavoratori?

Ha un bel dirsi sereno il Ministro tuttofare ma i suoi alleati e il signor Conte non ci stanno e perfino una querula opposizione si fa sentire, da destra come da sinistra. Da destra si scalpita però per correre in soccorso verso l’antico alleato ora fellone, da sinistra per fare ammuina e forse, sperare in ribaltamenti di alleanze. Da tempo si dice che c’è uno scontro in atto all’interno del Partito democratico fra chi vorrebbe fare l’amore coi 5 stelle e chi lo esclude del tutto, come Renzi e compagni.

Nel frattempo, in periferia, accadono episodi minuti che indicano tutto l’imbarazzo che corre fra i Partiti. Apprendo appena adesso che ci sarebbe la decisone di spostare il salone dell’auto da Torino a Milano. Credo di sapere come quella manifestazione, fondamentale per il mercato dei motori fino a pochi anni fa,  poi decaduta a favore di altre analoghe manifestazioni in Europa, sia comunque uno dei simboli della ex capitale sabauda. Certo, nel frattempo, Torino si è creata nuovi elementi di stimolo, culturale ed economico ma il Salone dell’auto per molti di noi è Torino, da sempre,  e vorremmo rimanesse saldamente lì. Probabilmente però si tratta di un’azione di disturbo ai danni della sindaca Appendino, traballante al di la del nome, anche se meno criticata della collega romana, quella Raggi che spero sogni anche di notte, come incubo, la monnezza cittadina. Ho passato poco fa qualche giorno a Roma e poi a Napoli e posso dire per testimonianza diretta e giurata che la capitale batte la città di mare, in negativo, almeno 4  a 1. Sarà stato forse l’effetto delle Universiadi ma la città era mediamente pulita, non solo nella zona interessata alle manifestazioni sportive, come la Maratona in atto sabato, ma anche al Vomero e perfino, udite udite, in Stazione ferroviaria e dintorni da dove, indenne, sono rientrato.

CONTROMATTINALE 142/19

Avevo anticipato ieri lo stimolo in me che una lunga intervista, di cui so tramite Rassegna stampa, che Sergio Romano ha rilasciato, credo alla Stampa di Torino. Era uscito di scena da un po’, dopo anni in cui, pur definito costantemente “ambasciatore Romano”, era di fatto diventato pubblicista, lontano dalle ambasciate italiane nel mondo. Non mi è mai stato simpatico a causa di certe sue prese di posizione in ambito israelo palestinese, con in particolare, una famigerata sua Lettera ad un amico ebreo che mi portò a dire “meno male che era ad un amico, chissà cosa avrebbe detto ad un nemico”. Simpatie epidermiche a parte  Romano ci dice di non credere ai complotti e in specie, con riferimento all’attualità di queste ore, alle vicende di Salvini.

Come ho detto mille volte non amo i complottismi e i retroscena che li rileverebbero. Anche se l’Italia del nostro passato, quella stragista o perfino quella del mancato colpo di stato comunista, fermato dalla famosa vittoria di Bartali al Tour de France, suggerisce l’opposto.  sarò una persona semplice, forse semplicista o sempliciotto ma i famigerati poteri forti mi fanno sorridere e pensare alla Spectre di Fleming, col suo “Bond, James Bond” non so se fosse più un trade mark o un tic linguistico.

Il già ambasciatore Romano si sveglia dal suo torpore di ultra novantenne per dirci che non ci sono complotti in atto  e che Salvini è scemo di suo, senza bisogno di aiutini esterni. Può  anche darsi ma, per principio, non mi fido di un ex ambasciatore che, uan volta a riposo, per molti anni in passato non si è affatto riposato ma si è dato un gran da fare a pontificare, urbi et orbi. Avrete capito che di Romano non mi fido affatto e quindi sono diviso fra mio desiderio di semplificare e attenzione a quei poteri forti che Romano minimizza.

Salvini, dunque, ci dice di non conoscere quel quasi suo omonimo Savoini che pure aveva un incarico non secondario nel suo entourage politico e partitico. Non entrerò nel merito, come cerco di fare in ogni mio pezzo quotidiano, non ho elemti concreti ma vedo i G e lego nel viso del premier in pectore. Ieri elencavo una serie di ostacoli sulla sua strada, fra cui la faccenda dei sessantanove milioni, mica bruscolini. Sempre ieri,ma era sera, il TG mi mandava un viso di Salvini stravolto, come  per molti di noi per il caldo, ma insofferente per il clamore che, secondo lui, si smorzerà e dimostrerà inconsistenza della materia del contendere. Lui, per ora, ci dice che Savoini nemmeno sa chi sia e la cosa diventa imbarazzante o peggio. Non conoscere chi  ti fa da Ufficio stampa è come dire di non conoscere la tua famiglia o chi sia il tuo capufficio.

Il leader dellaLega si sente forte, specie per le debolezze di tutti gli altri, inclusi quegli amici, da Di Maio al signor Conte che invocano, a gran voce, chiarimenti in Aula. Lui si smarca, contando sulla smemoratezza italiana. I guaio per lui è che sono proprio i suoi soci a promettere di tenere sveglia l’opinione pubblica, nello specifico. Gli stessi che hanno perso consensi in pochi nano secondi adesso contano sulla nemesi che potrebbe vedere un crollo nella indubbia popolarità in casa leghista per il suo leader maximo.

Anche se ho detto che non entro nello specifico forse domani qualcosa si potrebbe dire sui rapporti fra Salvini, sovranisti europei e Putin.

CONTROMATTINALE 141/19

Se oggi vi dessi come identikit  “uomo, imprenditore, proprietario di net work televisivo, editore della carta stampata e perfino presidente di una blasonata squadra di calcio”, penso che tutti pensereste a Berlusconi. Io stesso cadrei nell’inganno ma l’ex cavaliere è molto ex, anche se è uno che non si rassegna al trascorrere del tempo e anche al calo di consensi che le urne elettorali, implacabili, gli rimandano. E, naturalmente, non sto pensando nemmeno a Trump che, pure, qualche tratto in comune l’avrebbe.

Penso, piuttosto, a Urbano Cairo, uno che si è fatto le ossa in Rizzoli e che oggi è perfettamente in linea col profilo che vi ho proposto. Pare, sembra e dicono che si stia preparando a “scendere in politica” come diceva di se stesso, tanti anni fa, l’ex cavaliere. Lui Cairo, è l’unico che non conferma ma neanche smentisce e dunque, secondo alcuni, chi tace acconsente.  Non conosco abbastanza il personaggio per azzardare previsioni, sia di schieramento che di eventuali, concreti risultati. A fare un minimo di analisi sul suo network televisivo e sulle testate giornalistiche del suo essere nella carta stampata, azzardo che dovrebbe essere a sinistra ma non si può essere, ormai, sicuri di nulla. Uno abituato a ragionare da imprenditore, fra una  ricerca di mercato e un sondaggio d’opinione, se davvero dovesse decidersi in quel senso, lo farebbe a ragion veduta, nel senso che avrebbe obiettivi, quali che siano, da lui stimati realistici e raggiungibili. Non so dire se questa possibile novità, nel mercato della politica, potrà sparigliare l’attuale posizione di stallo. Ci parlano tanto di Zingaretti ma poi ci dicono che Renzi starebbe attrezzandosi per tentare una nuova scalata al Partito o anche che sarebbe orientato verso un partito nuovo, tutto suo.

Ovviamente, non sono nella testa di Renzi e dei suoi ma spero molto che, dopo tutte le precedenti lacerazioni, si sia capito che c’è davvero poco spazio sia a sinistra che a destra del Partito Democratico. A sinistra sappiamo tutto, sia storicamente che recentemente, mentre la destra è già presidiata, più o meno bene e più o meno credibilmente. Salvini sembra oggi molto forte e sarà forse per questo che gli scandali in famiglia, nel Partito già di Bossi, si moltiplicano. Prima i diamanti, poi i fondi distolti da tesoriere, poi i debiti della testata e della radio chiuse, poi il quasi omonimo Savini che diventa ingombrante, quasi come il debito verso lo Stato.

Fossi un complottista, direi che i poteri forti, i soliti e immancabili, vogliono insabbiare un’esperienza politica in atto. Il fatto è che uno che di politica, internazionale come nazionale, ne capisce parecchio più di me e in assoluto, proprio oggi in una lunga intervista rilasciata alla Stampa di Torino, credo, smentisce le solite, tutte quante, le teorie complottiste e noi ne siamo davvero felici. Io, in particolare, perché così ho già in mente il tema di domani, sempre che, nel frattempo, non accada qualcosa di più urgente e drammatico. Buona domenica al fresco, se potete.

CONTROMATTINALE 141/19

Se oggi vi dessi come identikit  “uomo, imprenditore, proprietario di net work televisivo, editore della carta stampata e perfino presidente di una blasonata squadra di calcio”, penso che tutti pensereste a Berlusconi. Io stesso cadrei nell’inganno ma l’ex cavaliere è molto ex, anche se è uno che non si rassegna al trascorrere del tempo e anche al calo di consensi che le urne elettorali, implacabili, gli rimandano. E, naturalmente, non sto pensando nemmeno a Trump che, pure, qualche tratto in comune l’avrebbe.

Penso, piuttosto, a Urbano Cairo, uno che si è fatto le ossa in Rizzoli e che oggi è perfettamente in linea col profilo che vi ho proposto. Pare, sembra e dicono che si stia preparando a “scendere in politica” come diceva di se stesso, tanti anni fa, l’ex cavaliere. Lui Cairo, è l’unico che non conferma ma neanche smentisce e dunque, secondo alcuni, chi tace acconsente.  Non conosco abbastanza il personaggio per azzardare previsioni, sia di schieramento che di eventuali, concreti risultati. A fare un minimo di analisi sul suo network televisivo e sulle testate giornalistiche del suo essere nella carta stampata, azzardo che dovrebbe essere a sinistra ma non si può essere, ormai, sicuri di nulla. Uno abituato a ragionare da imprenditore, fra una  ricerca di mercato e un sondaggio d’opinione, se davvero dovesse decidersi in quel senso, lo farebbe a ragion veduta, nel senso che avrebbe obiettivi, quali che siano, da lui stimati realistici e raggiungibili. Non so dire se questa possibile novità, nel mercato della politica, potrà sparigliare l’attuale posizione di stallo. Ci parlano tanto di Zingaretti ma poi ci dicono che Renzi starebbe attrezzandosi per tentare una nuova scalata al Partito o anche che sarebbe orientato verso un partito nuovo, tutto suo.

Ovviamente, non sono nella testa di Renzi e dei suoi ma spero molto che, dopo tutte le precedenti lacerazioni, si sia capito che c’è davvero poco spazio sia a sinistra che a destra del Partito Democratico. A sinistra sappiamo tutto, sia storicamente che recentemente, mentre la destra è già presidiata, più o meno bene e più o meno credibilmente. Salvini sembra oggi molto forte e sarà forse per questo che gli scandali in famiglia, nel Partito già di Bossi, si moltiplicano. Prima i diamanti, poi i fondi distolti da tesoriere, poi i debiti della testata e della radio chiuse, poi il quasi omonimo Savini che diventa ingombrante, quasi come il debito verso lo Stato.

Fossi un complottista, direi che i poteri forti, i soliti e immancabili, vogliono insabbiare un’esperienza politica in atto. Il fatto è che uno che di politica, internazionale come nazionale, ne capisce parecchio più di me e in assoluto, proprio oggi in una lunga intervista rilasciata alla Stampa di Torino, credo, smentisce le solite, tutte quante, le teorie complottiste e noi ne siamo davvero felici. Io, in particolare, perché così ho già in mente il tema di domani, sempre che, nel frattempo, non accada qualcosa di più urgente e drammatico. Buona domenica al fresco, se potete.

CONTROMATTINALE 140/19

Avete presente la tecnica dei giochi di prestidigitazione? Mentre l’attenzione del pubblico viene fatta concentrare su dati insignificanti ma altamente spettacolari, si opera  sotto banco l’azione oggetto del gioco e così quello funziona, fra la meraviglia degli spettatori. Non so dire se il Ministro degli interni sia attore o spettatore ma mentre Carola distraeva, a bella posta come ha poi ammesso,  il trucco prendeva forma coi barchini in arrivo indisturbati.  Sarà forse anche per questo che stavolta la barca a vela italiana è stata lasciata attraccare durante la notte mentre l’altra imbarcazione straniera si dirige verso Malta. Un trattato obsoleto come quello che regola ancora oggi la materia lo si discute, non si giochi invece sulla pelle dei poveracci, che più volte ho definito ostaggi delle ONG.

La programmazione TV in estate è deplorevole, fra riciclaggi di vecchi programmi già passati e perfino ripassati e qualche attualità giornalistica. Un miracolo per me quindi riuscire a vedere tre film in sequenza, tutti e tre interessanti e rappresentativi di altrettanti mondi diversi. Se il primo del lunedì, con due Douglas padre e figlio, è di impianto classico, quello del martedì, Sin City,  è un filmone hollywoodiano con un cast da kolossal, un fumetto. Quella la tecnica narrativa, dallo stile alla materia trattata. Perfino la fotografia, bellissima, è un bianco e nero con interventi di colore a macchie, la sciarpa, rossa come gli schizzi di sangue copiosi o i capelli biondi quasi gialli delle eroine. Le immagini poi, tutte deformate a enfatizzare un dettaglio, come il radiatore dell’auto in fuga che si prende tutto il frame, con i soli fumetti che mancano per essere definito un fumetto e basta.

Mercoledì poi mi rivela un attore napoletano, Marcello Macchia, a me del tutto nuovo che interpreta la parte di un rigoroso scienziato che, a seguito di un filtro miracoloso ingerito per errore, si trova ad usare poco cervello cosa che gli consente sbraghi incredibili, in assenza della compagna, assente perché impegnata sul sociale e sull’ecologico. Una schizofrenia assai interessante, specie oggi, specie con le capitane e i ministri leghisti che ci vorrebbero costringere a schierarci,come altrettanti individui massa. Il titolo? Italiano medio, ed è già un programma.

Michael Douglas produce un film  classico,  Vizio di famiglia, con tre generazioni a confronto, due interpretate da lui e dal padre Kirk, con un andamento tipico,. Tutti d’amore e perfetti in case da straricchi  e col seder di Pesah in atto, poi la crisi strisciante che scoppia e infine la solidarietà inter generazionale che scatta quando il ragazzino viene arrestato per spaccio e produzione di sostanze proibite. Ho apprezzato molto l’assenza del solito pistolotto finale che troppo spesso, a Hollywood, sentono il bisogno di inserire, a tutto vantaggio degli imbecilli. Mi ha colpito, piuttosto, la sovrapposizione fra vita reale della famiglia Douglas e sceneggiatura del film. Di Kirk ho perso le tracce, dopo il suo centoduesimo compleanno ma ricordo una foto di padre e figlio, lui, nipote di un rabbino, basso e ormai curvo che, da un lato si appoggia al bastone e dall’alto al figlio, alto, aitante e protettivo. Michael era uscito, da tempo, dalla clinica per disintossicarsi da sostanze varie ma anche da disinvolti  eccessi priapici. Che il film, del 2003, fosse allora un pezzo di terapia familiare?

Da domani qualche giorno di assenza. Vado al sud, da una zia che sta per compiere centosette anni. Mazal Tov.

CONTROMATTINALE 139/19

Ho scoperto tardi la famosa sceneggiata napoletana. Cresciuto e formatomi in quella città, la sceneggiata non l’ho vista certo per la prima volta al teatro, in Galleria Umberto. L’ho vissuta giorno per giorno, invece, specie nella vita popolare e minuta che si poteva vedere e toccare con mano nel centro storico, nei Quartieri spagnoli, come quella volta che cademmo rovinosamente da una rampa a gradini, mia madre ed io ancora piccino. Lei era inciampata e mi aveva trascinato con sé, tenuto per mano saldamente e così mi dovetti pure tenere l’accusa di averla fatta cadere io. Un ulteriore piccolo tassello di sfiducia verso il mondo adulto. Quella volta la sollecitudine delle donne dei bassi che ci invitavano a entrare e sciacquare via il sangue che ci macchiava, era un pezzo di sceneggiata ma mia madre tirò, prudentemente, dritto verso il pronto soccorso e relativa terapia antitetanica.

Lungo preambolo il mio per dire che a me le sceneggiate non la fanno e che sceneggiata sia la farsa del confronto, Governo verso le ONG, è fuori discussione. Dopo la lunga vicenda della Sea watch, mentre la capitana tedesca si concede ad un’intervista e ci dice quello cha già s’era capito, che la sua azione vuole essere simbolica, e io lo traduco in  provocatoria, un nuovo caso è in corso. Stavolta si tratta di un veliero (avete letto bene) battente bandiera italiana, noleggiato da una ONG tutta italiana.

Come dicevo già ieri sera, se avete una famiglia numerosa da portare in gita, suocera compresa, prendete lo spider o la familiare? Gli italiani hanno scelto lo spider, forse perché più veloce e gratificante per l’occhio ma poi la nonna, sistemata sul cofano posteriore o anteriore, difficilmente starà comoda. Se poi la spider non dispone di freno di stazionamento e di retro marcia dovrebbe limitare i suoi spostamenti. Infatti, è proprio invocando questi limiti che i responsabili del veliero, un cutter?  chiedono, pensa tu la novità, di approdare in Sicilia. Ora, chi mi segue sa che non ho alcuna propensione per questa o quella parte o fazione. Trovo però  stucchevole e patetico questo ingaggiare la gara, contro Salvini, a chi sia più fazioso fra i due fronti, col Ministro che non è da meno, fra proclami e gaffe formali.

Mentre le parti si fronteggiano in una gara meramente ideologica e d”immagine, alla chetichella sbarcano altri immigranti, anche più numerosi,  ma tutto va bene, non fanno notizia perché non fanno clamore e perché le barche non sono quelle delle ONG ma vuoti a perdere.  Nel frattempo, dopo un anno di gestione congiunta, fra Lega e Cinque stelle i loro libri dei sogni restano nel cassetto, per mancanza di fondi, mentre i promessi rimpatri di immigrati clandestini restano anche loro sulla carta.  A compensazione, si vorrebbe chiudere il confine est con un muro. Ma benedetti ragazzi, avete bisogno di un muro per rimandare indietro gli stranieri non aventi diritto di accesso che arrivano via terra da un Paese confinante? Macron e Merkel ci hanno già fatto vedere come si fa, senza infrangere gli accordi europei. Fatelo anche voi se lo sapete fare o abbiate il buon gusto di tacere.

CONTROMATTINALE 138/19

Ieri 4 luglio, grande festa nazionale in USA dove da tanto tempo, in quella data, si celebra l’unità del Paese. Fra coccarde e marjorette, in passato questa ricorrenza era vissuta come squisitamente civile. Quest’anno però il Presidente ha ritenuto opportuno estendere la cosa alla parte militare e dunque abbiamo visto sfilare. per la prima volta, poliziotti  e poliziotte e poi anche militari, di entrambi i sessi, delle varie forze armate. Non saprei proprio dire se questa scelta rappresenti una svolta, so, da quanto leggo e sento nei media, che gli spazi prospicienti la Casa Bianca sono inadeguati rispetto allo spiegamento di carri armati e che ci sono stati alcuni problemi logistici. So anche, lo apprendo in diretta da un parente di lì che sento quasi quotidianamente, che la festa di giovedì sta comportando un ponte, con tanti in vacanza, come se si fosse in Italia, terra specializzata in ponti, salvo quello di Genova, beninteso.

Scendendo più in basso, in America latina. ci raccontano, sottovoce però, come Maduro, dopo aver criminalizzato i cittadini ebrei, adesso si macchi di arresti arbitrari, torture e scomparsa di oppositori troppo popolari o troppo rumorosi. Cambiano i sistemi politici, da destra e da sinistra, ma i modi sono gli stessi, rossi o neri che siano. Per favore, non venitemi a dire che è qualunquismo quello che sto attivando perché, purtroppo, le ideologie, troppo spesso, sono solo copertura per azioni di potere che sono sempre le stesse, indipendentemente dalla casacca indossata e sbandierata.

Sarà un caso ma la visita lampo di Putin è caduta proprio mentre a Washington sfilavano i carri armati e, secondo parecchi commenti della nostra  stampa di opposizione, si è cercato di usare Putin in chiave euroscettica mentre è stato, sicuramente, Putin, ad aver usato tutti noi, a partire dal Pontefice e via via fino a Berlusconi, incontrato privatamente. Conosco abbastanza bene la realtà romana per sapere come si congestioni il traffico, in circostanze come questa e sono lieto di non essere stato in quelle ore nella capitale. Mi sono perso, però, il miracolo di alcune strade del centro città tirate a lucido e  sgombrate dai cumuli di rifiuti, organici e non, che da mesi assediano la città, caput mundi ma anche a rischio epidemie, come e peggio di Bombay o Nairobi.

Nel frattempo ci aggiornano sul massacro di reclusi in Libia, prima oggetto di bombe destinate ad altri, poi in fuga per il terrore, falciati dai mitra dei carcerieri e poi finiti dal secondo attacco. Queste vicende hanno portato le autorità locali a decidere l’apertura dei centri di detenzione e quindi ci saranno, oltre ai soliti in attesa di passare il mare, altri sette od ottomila galeotti che i libici pensano di “buttare sul piatto della bilancia”.

Anni fa si pensò di comprare l’accordo con Tripoli regalando alla Libia, nel suo governo da noi riconosciuto, alcune motovedette, non vecchi autobus dismessi ma efficienti unità in servizio, della nostra Marina militare. I risultati sono quelli che vediamo. Adesso a quale ulteriore negoziazione ci vorrebbero condurre, usando queste armi di pressione? Nelle stesse ore, una barca a vela, adibita stranamente a soccorso in mare da una ONLUS tutta italiana che l’ha noleggiata per i salvataggi, chiede di sbarcare i soliti poveracci, appena salvati. Non può andare in Tunisia, ci dicono, perché è un vascello a vela e i venti le sono contrari. Ma a chi verrebbe mai in mente di salvare e trasferire immigrati, usando una Ferrari e non un capiente, solido e affidabile autobus? Ad una ONLUS italiana, naturalmente.

 

CONTROMATTINALE 137/19

Da giorni avevo in mente di scrivere qualcosa su tre film di qualità, visti in TV in tre giorni consecutivi ma sembra proprio che la cultura debba sempre lasciare il passo all’attualità  politica. Avevo già in mente, poco fa, i temi da trattare qui ed ora ma poi, da una breve puntata su Facebook trovo la notizia che in tre anni, in Antartide, si sono perse sette Italie, ovvero una superficie di ghiaccio pari ad altrettanti chilometri quadrati. Mentre anche sul Polo opposto i ghiacci si ritirano e gli orsi polari si trovano, smarriti, su piccole isole di ghiaccio alla deriva, il polmone della Terra, la foresta amazzonica viene sfruttata più intensamente di prima, secondo le scelte del presidente Bolsonaro, già ribattezzato “Trump brasileiro”. Difficile pretendere da paesi così detti emergenti, dalla Cina all’India, dal Pakistan alla Nigeria che sacrifichino i loro tassi di industrializzazione e di urbanizzazione a favore dell’umanità intera.

Nel frattempo ci ricordano, dati aggiornati alla mano, che in Italia stiamo perdendo milioni di lavoratori a causa del crollo della natività, ormai storico e in grado di influenzare il presente e l’immediato futuro, compensato solo in misura minima dal crescere dell’età media. Se il saldo è già in negativo e la tendenza sarà sempre più in quella direzione, con gli immigrati che si adeguano all’andazzo, pensare che quelli in arrivo leveranno posti di lavoro agli italiani è folle.

Già oggi ma non da oggi, molti lavori umili sono coperti da badanti dell’Est o da edili loro mariti.  Certo, il fenomeno va gestito e non lasciato al caso e al sopruso. Quando mi accade di vedere in TV scene di repertorio con uomini di colore in fabbrica, coi loro elmetti protettivi, mi compiaccio per la cosa. Molto meno mi piace vedere i ragazzoni neri che stazionano nella zona carrelli dei supermercati di tutta Italia o, peggio, i loro simili agli angoli delle strade che chiedono l’elemosina.

Preoccuparci  del futuro dell’Italia è umano e comprensibile ma in un momento di transizione epocale, come l’attuale, dovremmo partire dall’alto verso il basso e non viceversa. Un’Italia intatta in un mondo in sfacelo non mi sembra una possibilità concreta ma anche noi, nel nostro piccolo e in decrescita demografica, possiamo e dobbiamo fare la nostra parte. Cambiare dall’oggi al domani i nostri comportamenti ed atteggiamenti non è facile ma cercare di partire dal basso, dai nostri giovani, quale sia la loro origine, triveneto o meridione, Asia o Africa, potrebbe e dovrà essere la soluzione. Certo, noi rappresentiamo una tessera minore e poco virtuosa di un mosaico enorme che rischia di riuscire malissimo ma ogni tessera ha il suo peso e la sua collocazione. A me sinceramente interessa poco sapere chi pagherà la pensione a mio figlio fra una quindicina d’anni o anche chi mi laverà quando non sarò più autonomo e in grado di farlo da solo. Se sarà il lavoro di immigrati, uomini e donne felicemente integrati, non integralisti religiosi, mi sta bene. Non vedo perché dovrei scompormi se l’elettore e contribuente futuro sarà anche un ex africano che ha scelto questa nostra realtà sociale e ci vive come noi oggi. Anzi, sarebbe meglio se superasse certe nostre brutte abitudini, molto italiane e poco civili.  Tutto questo, però, è un lucido sogno mentre la realtà non è logica ma emotiva ed emotivamente si procede, non so dire in che direzione e con quali esiti.